All’inizio del suo celebre articolo del 1950 “Computing Machinery and Intelligence” Alan Turing propone una domanda destinata a diventare un problema su cui si dibatte furiosamente ancora oggi: «Le macchine possono pensare?». Tutto dipende ovviamente da come si definisce l’atto del pensare. Turing ha elaborato per questo il noto test che porta il suo nome, e che stabilisce che siamo in presenza di una macchina “pensante” quando un interlocutore umano non è in grado, durante una conversazione, di capire se ha a che fare o meno con un suo simile. In pratica: se la macchina, opportunamente nascosta, riesce a ingannare un essere umano, spacciandosi per una persona, allora si può dire che essa “pensi”. Si tratta di un criterio estremamente selettivo – cani, scimmie e altri animali a cui si attribuisce normalmente qualche intelligenza non sarebbero in grado di superarlo.

Quella umana non è l’unica intelligenza

Una delle voci più attive in questo dibattito è oggi Nello Cristianini, docente di Intelligenza Artificiale all’Università di Bath (Regno Unito) e autore di una trilogia dedicata alle macchine intelligenti (“La Scorciatoia”, “Machina Sapiens” e “Sovrumano”). Per Cristianini «gli esseri umani non sono il paradigma dell’intelligenza, ma semplicemente un tipo di intelligenza. L’intelligenza esiste su questo pianeta da molto prima di noi, e quindi anche il linguaggio, che è venuto dopo, non è necessario per l’intelligenza».