Sei mesi fa, gli Stati Uniti furono l’unico Paese all’Assemblea generale dell’Onu a votare contro l’istituzione della Giornata Internazionale della Speranza, che da quest’anno si festeggia il 12 luglio. L’amministrazione Trump ha poi respinto con una lettera formale la totalità degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Come scrive su Foreign Policy Adam Tooze, direttore dell’Istituto europeo alla Columbia University, «era una denuncia inequivocabile dell’ambizione collettiva di migliorare la condizione materiale dell’umanità». Trump è stato di parola. Dallo smantellamento dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale USAID agli aiuti militarizzati a Gaza, ha traslato «l’utile del più forte» di Trasimaco (dalla Repubblica di Platone) nella sua politica estera, che si traduce in disperazione - o mancanza di speranza - per i Paesi più fragili e bisognosi. Siamo lontani anni luce dal democratico Barack Obama, secondo cui «lo sviluppo non è carità, ma uno degli investimenti più intelligenti che possiamo fare per il nostro futuro comune, per la nostra sicurezza e la nostra prosperità». Ma siamo lontanissimi perfino dal repubblicano Ronald Reagan, che riformò USAID per adattarla alla sua fede nel capitalismo del libero mercato, ma non ha mai dubitato dell’importanza strategica della cooperazione allo sviluppo, soprattutto in chiave anti-comunista, per sostenere gli interessi dell’America e dei suoi alleati.
Cooperazione, una crisi e nuovi attori
L’amministrazione americana ha respinto con una lettera formale la totalità degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite






