Sigfrido Ranucci verso La7. Una voce, poco più che una suggestione o, ancor più semplicemente, il racconto di un incontro tra un autore (Ranucci) e l’editore del suo libro, Urbano Cairo. Eppure ormai i nervi della sinistra sono scoperti a tal punto che, quando si parla di Rai, basta un nulla - specie se di mezzo ci sono Report e il suo conduttore - a scatenare infinite colate d’inchiostro. Stavolta con una parte diversa affidata al protagonista- che è sempre lui, Sigfrido il ribelle- immerso nel ruolo del martire... a prescindere. Roba che, se fosse letteratura, si parlerebbe di autofiction. Al punto che il buon Ranucci, talmente calato nel ruolo dell’agnello sacrificale, nel tardo pomeriggio, ha proferito solo poche parole sulla questione, augurandosi nel caso di un suo addio, la possibilità di scegliere il suo erede.

A far fede - in assenza di altre conferme, anzi, semmai in presenza di mezze smentite da parte di fonti vicinissime allo stesso Cairo - per tutto il giorno è rimasta solo l’arcinota indignazione di Ranucci, ormai certificata da mesi. Tutto ciò nonostante al martire manchi in realtà proprio il martirio. Perché Ranucci farà ancora Report. E, fino a palinsesto contrario, lo farà in Rai. Tutto ciò, però, non conta nulla di fronte all’idea di narrazione che hanno ormai bell’e costruita a sinistra. L’immagine di un Sigfrido sempre con un piede pronto ad andare altrove, in lidi migliori rispetto a quella Rai ormai matrigna che a distanza di poco tempo - secondo la retorica sinistra di Ranucci & co. - si è macchiata prima della colpa di aver tagliato puntate e repliche di Report, poi del (potenziale) svuotamento della sua storica redazione, qualora i suoi collaboratori aderiscano al concorso Rai per la stabilizzazione di 120 giornalisti. È bene ricordare che non sono obbligati.