Yoshua Bengio non dimostra i suoi 61 anni. Indossa una camicia bianca – anche se predilige quelle hawaiane – che mette in risalto un fisico asciutto e in forma. Ci saluta con un sorriso smagliante. Non sembra affatto uno scienziato a cui l’intelligenza artificiale ha tolto il sonno.

Eppure, da almeno tre anni – da quando ChatGPT ha dimostrato che le macchine possono imitare la creatività umana – il suo nome è sempre più spesso associato a lettere aperte e iniziative che lanciano l’allarme sui rischi dell’IA. Il pioniere delle reti neurali e del deep learning, premiato con il Turing Award nel 2018 e oggi professore all’Università di Montreal, viene considerato uno dei “padrini dell’intelligenza artificiale”.

Noi lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione del World Meeting on Fraternity, un evento organizzato in Vaticano per rispondere a una domanda essenziale: “Che cosa ci rende veramente umani?”.

Per Bengio, ciò che siamo e ciò che scegliamo rappresenta l’ago della bilancia di un futuro che, probabilmente, condivideremo con le macchine. “Sarà proprio la natura umana a salvarci”, afferma. Poi aggiunge: “O a condannarci”.

Da cosa dipenderà?