Sembra una frattura insanabile quella che si è creata tra la comunità cattolica e il vescovo di Bolzano Ivo Muser, “contestato” perché aveva nominato un sacerdote prescritto per violenza sessuale su minore a collaboratore pastorale in Alta Pusteria. Una storia di pedofilia quella di don Giorgio Carli, assolto in primo grado, condannato in secondo e prescritto in Cassazione, che ha imposto in sede civile alla diocesi un risarcimento di oltre 700mila euro alla vittima e alla sua famiglia.
Contattato dal FattoQuotidiano Muser, che ritiene il prete innocente, scrive: “Non farò nessun tentativo di autogiustificarmi. Non difendo ‘la mia sedia’. Difendo il nostro impegno a favore di una tematica difficile, sensibile e molto dolorosa. Probabilmente anche in futuro farò degli errori, ma sempre basandomi alla mia coscienza “. Lo scorso gennaio era stato pubblicato un corposo dossier indipendente su incarico della diocesi che aveva riportato alla luce 67 casi di pedofilia in 60 anni e che hanno coinvolto 24 sacerdoti.
Ora anche se Muser ha revocato la nomina, non si è fermata la petizione online su Change.org con la quale vengono chieste le sue dimissioni. Sono oltre 15.500 le firme raccolte finora. “Don Giorgio Carli fu condannato in Cassazione nel 2009 al risarcimento di 700.000 € per aver stuprato una bambina di 9 anni. Il risarcimento fu pagato dalla diocesi di Bolzano. Da allora don Carli è sempre restato in servizio nella diocesi di Bolzano, senza alcun provvedimento limitativo del suo ufficio. Don Peter Gschnitzer nel 2008 patteggiò una pena per pedopornografia e da allora continua il suo ministero nella diocesi di Bolzano. Questi sacerdoti, nonostante le gravi accuse e condanne per gravi reati sessuali contro i minori, continuano a svolgere il loro ministero, protetti dalla Chiesa e mantenuti con l’8 x 1000, la parte del gettito IRPEF destinato alle confessioni religiose riconosciute dallo Stato si legge nella motivazione della petizione -. Chiediamo le dimissioni del vescovo di Bolzano, Ivo Muser, che ha deciso di mantenere in servizio tali ecclesiastici, nonostante le loro azioni inqualificabili e le condanne subite”.






