Beirut (un’antica consuetudine), Damasco, Teheran, Sana’a. E ora Doha. Sono poche le capitali arabe risparmiate dall’ubris militaristica israeliana, dalla sua ansia di sicurezza trasformata in senso d’onnipotenza, in egemonia regionale. Questa è la “grand strategy” d’Israele. Ma ogni suo bombardamento ha uno scopo tattico.

Gli ultimi sulla capitale libanese erano stati per azzerare con successo i vertici di Hezbollah; quelli su Teheran per circoscrivere la minaccia nucleare iraniana: sarebbero continuati se gli Stati Uniti non avessero fermato Bibi Netanyahu; nello Yemen per rispondere a un regime che sogna di diventare una Corea del Nord in Medio Oriente. Gli attacchi a Damasco erano invece stati una prova di futile arroganza verso un regime che, pur con ambiguità, sta cercando di salvare la Siria.

Ma perché il Qatar, un emirato amico, il primo già quasi un trentennio fa a instaurare relazioni con Israele, il principale negoziatore arabo di una tregua a Gaza? L’eliminazione – fallita – dei vertici di Hamas non poteva attenuare la palese violazione di ogni regola del diritto internazionale e delle sovranità nazionali: valori dentro i quali Israele ha sempre faticato a stare. Le proteste sono state veementi, l’isolamento d’Israele ancora più profondo.