TEL AVIV - Non ha ucciso Khaled Meshal, l’ultimo dei numeri uno. Non ha decapitato Hamas, o quel che ne resta. Non ha più un tavolo per negoziare il ritorno degli ostaggi: «Per loro, ormai non c’è speranza», li seppellisce il governo del Qatar. Non ha più un amico nel Golfo, almeno all’apparenza: dagli Emirati al re di Giordania, dai sauditi agli egiziani, tutti si stanno precipitando alla corte dell’emiro di Doha e concordano, sì, che «Netanyahu a questo punto va consegnato alla Corte penale internazionale». Non è finita in gloria e a Tel Aviv, nei corridoi della Difesa, s’avverte il malumore: i generali dell’Israel Air Force avevano espresso qualche dubbio non tanto sull’opportunità, quanto sulla riuscita del blitz. «Speravamo che andasse meglio», dice un anonimo sherpa, parlando con la tv israeliana. «Siamo pessimisti — aggiungono altre due fonti militari —, al momento non ci sono indicazioni che gli obbiettivi principali siano stati eliminati». Traduzione: il raid qatarino non è andato come a Teheran, in Siria, in Libano e nemmeno mille volte a Gaza. Unica consolazione: «Siamo riusciti a incutere paura nei cuori dei leader politici di Hamas».
Missili ed errori, i misteri dell’attacco al Qatar
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