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Ultimo aggiornamento: 7:50
Il targeting dei leader di Hamas a Doha non è stato una sorpresa. Israele aveva ripetutamente e pubblicamente dichiarato, attraverso quasi tutti i suoi funzionari, che avrebbe inseguito i leader del movimento ovunque si trovassero. Ciò che ha sorpreso, tuttavia, è stato il tempismo dell’operazione: Israele ha scelto un momento cruciale, nel pieno delle trattative, precisamente mentre si attendeva la risposta della delegazione di Hamas all’iniziativa del presidente americano Donald Trump.
Questo ha fatto apparire l’attacco non soltanto come un’azione per eliminare i quadri del movimento all’estero, ma anche come una chiara decisione israeliana di chiudere il processo negoziale, lasciando l’invasione militare di Gaza come unica opzione sul tavolo, con il conseguente congelamento forzato dei colloqui.
La natura stessa di questo attacco in Qatar segna una svolta significativa, non solo nel modo in cui Israele affronta Hamas sul piano politico, ma anche nel rapporto con Doha e con il suo ruolo di mediazione. Certo, l’operazione ha scatenato un’ondata di condanne, ma in realtà non esistono garanzie che simili azioni non possano ripetersi. Anzi, il rappresentante israeliano al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha dichiarato pubblicamente questa possibilità, segnalando così conseguenze più ampie e la probabilità di un allargamento della cerchia degli obiettivi israeliani.











