Nel mondo di Shirin Ebadi non c’è posto per la resa. Non ancora 30enne, divenne la prima donna giudice nell’Iran dello scià e quando il khomeinismo la privò della sua carriera e dei suoi diritti, insieme a quelli di milioni di iraniane, decise di battersi per conquistare al suo Paese la democrazia, difendendo la legge contro le distorsioni della sharia.

Il viaggio che l’ha portata nel 2003 a ricevere, prima donna musulmana, il Nobel per la pace, continua ancora oggi sebbene Ebadi sia stata costretta all’esilio dal 2009 per non essere messa a tacere. «Sono convinta che i giovani iraniani scesi in piazza con il movimento Donna, vita e libertà vedranno un Iran democratico», dice. Ma la lotta non è solo a Teheran. «Molti giovani cresciuti in paesi democratici non apprezzano quello che hanno e non si rendono conto che potrebbero perderlo. Questo mette a rischio la democrazia». Ebadi parteciperà alla Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia il 13 settembre e inaugurerà 17 settembre Pordenonelegge con il racconto del suo ultimo libro Finché non saremo liberi. Iran. La mia lotta per i diritti umani (Bompiani).

Signora Ebadi, negli stati Uniti si aprono processi per reati di opinione. In Israele il governo è sotto accusa per crimini di guerra, che comprendono anche l’uccisione di giornalisti. Paesi considerati democratici mettono sotto scacco la magistratura e l’autonomia dei giudici. La democrazia sta perdendo la sfida con le autocrazie?