L’abbiamo provata tutte quella sensazione che ci prende alla fine delle vacanze, quando tiriamo le somme sul tempo trascorso e ci coglie il rimpianto di non esserci godute pienamente i giorni liberi. Insieme allo stress da rientro, spesso si affacciano la frustrazione e il rammarico: abbiamo l’impressione di non essere riuscite a fare tutto ciò che ci eravamo ripromesse, osserviamo il tempo libero con uno sguardo “contro-fattuale”, accompagnato dai classici “se solo…”, che amplificano il senso di perdita e insoddisfazione. Il meccanismo è naturale: prima della partenza, sovrastimiamo ciò che ci aspettiamo e desideriamo — relax, letture, nuove esperienze, remise en forme, momenti di qualità con la famiglia. Al rientro, il confronto fra ciò che volevamo e ciò che abbiamo realmente fatto non torna quasi mai.Per quale ragione ripensiamo alle vacanze in questo modo? “È un fenomeno piuttosto comune che si lega sia alle aspettative che precedono la partenza sia ad una tendenza al controllo e al perfezionismo - risponde il dottore Gianluca Frazzoni, psicologo, psicoterapeuta e responsabile della sede di Milano del Centro InTerapia. In questa prospettiva, anche la vacanza, al pari del lavoro e degli altri impegni della vita personale, viene pensata e pianificata con l’obiettivo di raggiungere una prestazione ottimale e in linea con le attese. Peccato non si tratti di lavoro ma, appunto, di una vacanza”.Un meccanismo di adattamentoLa prospettiva dell’insoddisfazione a posteriori deve molto alla nostra cultura (tossica) dell’iper-produttività che ci spinge a pensare al nostro tempo come a una to-do-list, a porci sempre nuovi traguardi. Questo drive continuo, però, non è soltanto un tratto della nostra epoca: può anche essere un modo per evitare emozioni scomode. Essere sempre di corsa, non avere mai tempo, infatti, non sono solo segni dei tempi, ma diventano strategie di adattamento, strumenti per allontanarci da sensazioni dolorose come l’isolamento o la vergogna. Le ricerche, per esempio, confermano che chi tende al perfezionismo e lega la propria autostima ai risultati raggiunti utilizza spesso l’essere molto impegnato per sentirsi in controllo e distrarsi da emozioni culturalmente sanzionate. Nel post-rientro, questa dinamica si intreccia con l’effetto dei social: i feed pieni di immagini patinate delle vacanze altrui alimentano il dubbio di non aver tratto abbastanza dal nostro tempo libero. Il problema è che, guardando alle vacanze come a un elenco di aspettative non soddisfatte, finiamo per precluderci i benefici della pausa estiva”.Dalla to-do-list ai valoriEssere consapevoli di questi meccanismi ci offre la possibilità di cambiare prospettiva. Invece di soffermarci su ciò che, a posteriori, ci sembra sia mancato, spostiamo il focus della nostra attenzione, ripercorriamo i momenti salienti delle vacanze e scegliamone due o tre che ci hanno davvero toccato. Una cena in riva al mare con gli amici, un aperitivo con il partner, un pic-nic nel silenzio lungo un sentiero di montagna: piccole cartoline-ricordo che, rivissute nella memoria, hanno il potere di trasformare il nostro sguardo. Non si tratta più di calcolare quello che non abbiamo fatto rispetto alla lista dei desideri, ma di riconoscere la gratitudine per i ricordi che ci restano. “Può anche essere l’occasione per chiederci cosa emerge se sospendiamo le nostre liste e, se anche solo per pochi istanti, restiamo in ascolto. Cosa affiora in superficie? Un senso di vuoto, paura del futuro, un sentimento di incertezza riguardo al presente? O forse una percezione di inadeguatezza, un dubbio sulle nostre capacità? Entrare in contatto con queste emozioni è un passaggio fondamentale per la riconnessione interiore, a patto che non ci accontentiamo dei pensieri negativi ed esploriamo le nostre risorse costruttive”, prosegue il dottor Frazzoni.Una nuova architettura delle giornateQuesto esercizio di riflessione non cambia soltanto il nostro modo di guardare alla vacanza, ma ci offre una prospettiva diversa sull’anno che abbiamo davanti. Segna il passaggio dal “cosa faccio” al “perché lo faccio”. Invece di contare le nostre insoddisfazioni, possiamo rimetterci in contatto con i nostri valori più profondi e lasciare che siano loro a guidare l’architettura delle nostre giornate al rientro. Lo stacco delle vacanze, insomma, ci può dare una nuova prospettiva sulla vita di tutti i giorni: “Perché ciò accada dobbiamo scegliere uno o due punti su cui focalizzarci e da cui partire, riconoscendo cosa è mancato in precedenza e cosa la vacanza ha introdotto di nuovo, specie a livello emotivo”. Per esempio, possiamo renderci conto che un valore è prenderci cura di noi stesse, dunque potremmo iniziare a ritagliarci uno spazio fisso in agenda per un’attività che ci fa stare bene: un bagno caldo la sera prima di andare a letto, un tè pomeridiano, un pranzo con un’amica, troviamo il modo per darci una priorità. Se invece il valore è il tempo, possiamo decidere di spenderne meno davanti al cellulare, scegliendo come rispondere alla tentazione di usarlo: allontanarci dallo schermo, respirare profondamente a occhi chiusi, richiamando alla mente il valore che ispira la nostra risposta a quest’impulso. “Non serve pensare di rivoluzionare la propria vita, cosa oltretutto irrealistica, piuttosto possiamo sviluppare alcune pratiche, alcune abitudini nuove e diverse che vadano veramente a soddisfare un nostro bisogno in precedenza trascurato”, conclude l’esperto. Il vero regalo delle vacanze al rientro, dunque, può essere una visione che sostituisce all’ansia dell’ottimizzazione la necessità di rispondere alle nostre priorità.