Ogni anno, a fine agosto, il copione è lo stesso: si disfano le valigie, le città tornano a pulsare di traffico e di rumore, l’agenda si riempie di appuntamenti e scadenze. A questo scenario si accompagna puntuale quella sensazione di svuotamento che molti definiscono “sindrome da rientro”. Ma ridurla a un fastidio passeggero significa non coglierne la radice profonda.

La sindrome da rientro

Il problema non è mai davvero settembre. Il problema è tutto ciò che precede. Dodici mesi in cui il lavoro, la routine e spesso persino le relazioni vengono vissuti con un senso di oppressione, come se fossero solo un ostacolo da superare in vista dell’unico tempo considerato degno di essere vissuto: le ferie. Così ci ritroviamo a sopravvivere da settembre a luglio, coltivando la speranza che “ad agosto ci sarà la salvezza”.

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In questo meccanismo, le vacanze diventano un mito irraggiungibile, un contenitore fragile che deve restituirci energia, felicità, leggerezza, intimità, perfino amore. Ma nessuna settimana di mare, nessuna camminata in montagna, nessuna cena vista tramonto potrà caricarsi del peso di ciò che non riusciamo a coltivare durante l’anno. Ed è proprio questa sproporzione a generare frustrazione: chiediamo troppo alle vacanze e troppo poco a noi stessi nei giorni ordinari.