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Ultimo aggiornamento: 18:19
L’omicidio di Saman è stato premeditato dal clan familiare, che non sopportava il desiderio di autonomia della ragazza. Lo scrive la Corte di assise di appello di Bologna nelle motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo per i genitori, i due cugini e a 22 anni per lo zio della 18enne pachistana. La determinazione omicida – si legge, è stata assunta “dal clan con fredda lucidità e programmata per un congruo lasso di tempo, ritenendosi insopportabile il fatto che Saman avesse deciso non solo di scegliere di vivere liberamente e in piena autonomia la propria vita” ma anche “in distonia con i valori etici e il credo religioso” della famiglia.
Pur avendo pianificato l’esecuzione della figlia “per motivi culturali” e pur avendola accompagnata, la notte del 30 aprile 2021, sul luogo dell’esecuzione, i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, non sono stati gli esecutori materiali dell’omicidio. Ne sono convinti i giudici della Corte di assise di Bologna (presidente Pierluigi Stigliano, estensore Enrico Saracini) che nelle quasi 500 pagine di motivazioni della sentenza pronunciata il 18 aprile sono di diverso avviso rispetto alla Corte di Reggio Emilia, che aveva identificata nella madre una possibile esecutrice. Ma Nazia Shaheen, per la sentenza, uscì dal fuoco delle telecamere per poi tornare dopo solo 53 secondi: un lasso temporale troppo esiguo per uccidere, tenendo conto anche dell’aspetto ordinato dell’abbigliamento, incompatibile con una colluttazione.







