Il libroServe un cambiamento nei modelli di governance con maggiori spazi decisionali per i giovani professionisti, maggiore trasparenza nelle curateledi Antonio Lampis9 settembre 20253' di lettura3' di letturaIl nuovo volume di Giovanni Pinna, paleontologo e museologo (classe 1939) rappresenta un’attenta analisi storica dell’istituzione museale, con interessantissimi riferimenti accademici e bibliografici fino al 2018. L’autore, che dal 1999 conduce la rivista «Nuova museologia», compone riferimenti puntuali dal pensiero illuminista fino ai più noti dibattiti accademici del secondo Novecento, su potere, educazione, comunità e architetture celebrative del potere. Il libro si intitola Museo contemporaneo, edito da Treccani (pagg.120, € 12). Un testo utile, specie ora che sono in moto centinaia di posti a concorso presso il ministero della cultura e per coloro che vogliano comprendere le fondamenta teoriche e le trasformazioni storiche del museo.Colpisce la decisa prospettiva critica con cui l’autore guarda i musei “contemporanei”. In uno dei passaggi centrali del secondo capitolo, dedicato al potere educativo, Pinna cita Stephen Weil, secondo il quale i musei «non sono e non possono essere autonomi, permanenti e intrinsecamente virtuosi», in quanto «modellati dall’autorità dominante» e «raramente il coraggio è una qualità istituzionale». Si tratta di una verità parziale, difatti, dopo la riforma italiana del 2014, sono evidenti gli esempi di coraggio gestionale e culturale da parte di molti direttori dei musei. Un coraggio che si è manifestato nel tentare di aprire brecce nelle barriere burocratiche, usare nuovi linguaggi e considerare i nuovi pubblici, nel combattere le inerzie consolidate. In sostanza l’Italia ha abbandonato da tempo quella che Pinna definisce, nel quarto capitolo, una via solitaria, incentrata sulla conservazione e restauro, piuttosto che sui temi della nuova museologia internazionale. Oggi il ministero della cultura ha come novità Diva, un dipartimento per la valorizzazione ed ora, dopo la mirabile opera di Caterina Bon, intitolata “Valorizzare la tutela”, mi auguro sia tempo di tutelare la valorizzazione.Tornando al volume di Pinna spicca il capitolo sulla nascita di Icom, su cui Adele Maresca ha recentemente pubblicato un’opera storica dell’esperienza italiana. La valutazione di Pinna sull’evoluzione di Icom è severa: l’organizzazione viene biasimata per aver perso spessore tecnico a favore di una progressiva politicizzazione. Una critica che può avere fondamento anche nelle ansie di trovare nuove definizioni e nel malcelato desiderio di alcuni che i musei siano quasi dei centri sociali. Nel recente convegno di Anmli su Museo e democrazia, ho considerato in pubblico quanto sia inappropriato attribuire al museo una funzione di “presidio democratico”. Non ha gli strumenti – né coercitivi né rappresentativi – per esserlo. Il museo non è un parlamento, né un tribunale. Esso deve essere un laboratorio per lo spirito critico, un luogo dove si coltiva il pensiero autonomo, condizione necessaria per una società democratica. Ricordiamo che esistono musei straordinari in Paesi non ritenuti democratici – basti pensare all’Ermitage o ai Musei Vaticani. Viceversa, in contesti del tutto democratici, molti musei faticano ancora a includere pubblici marginalizzati, a superare logiche curatorie opache, personalismi autoritari, a costruire narrazioni efficaci ed inclusive.