Nel sottotetto della torre ovest del Palazzo Ducale di Modena – oggi sede dell’Accademia Militare – i duchi Estensi custodivano botti di mosto cotto. Non era vino, né semplice aceto: era un liquido scuro che, sottoposto all’alternarsi del caldo estivo e del gelo invernale, si trasformava lentamente in un elisir prezioso, usato anche come dono diplomatico. Per secoli, questo liquido è rimasto patrimonio privato delle famiglie modenesi, custodito nei sottotetti come segreto domestico. Poi, nel 1747, infine, questo liquido trova ufficialmente il suo nome, quando nei registri di corte compare per la prima volta come «aceto balsamico». Da allora, l’«oro nero di Modena» è diventato simbolo di un territorio (che si estende fino a Reggio Emilia), un territorio che da oltre mille anni lo produce, ne litiga il nome, ne discute l’identità, e ora lo difende sui mercati globali.
Aceto Balsamico di Modena IGP, dalle soffitte dei duchi al miliardo di fatturato
Il Consorzio dell’aceto balsamico, nato nel 1993 per tutelare la straordinaria unicità dell’elisir prodotto tra Modena e Reggio, oggi combatte imitazioni e dazi. Produce 95 milioni di litri, in gran parte esportati nel mondo
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