Roma, 8 set. (askanews) – E’ entrata nel vivo la corsa al dopo-Ishiba in Giappone. Il primo ministro ha annunciato ieri la propria volontà di dimettersi e la sua decisione di non concorrere per la leadership del Partito liberaldemocratico (e quindi di rinunciare a tentare di restare premier). Così quello che si muoveva dietro le quinte da quando il primo ministro aveva perso le recenti elezioni politiche parziali per il rinnovo della Camera alta, comincia a uscire in superficie. Si lanciano le prime candidature, ci si applica al toto-premier.
La successione a Shigeru Ishiba non sarà un qualcosa di banale. Il primo ministro è rimasto in carica solo per un anno, ma ha dovuto affrontare sfide pesanti, come quella di dover trattare con il presidente Usa Donald Trump, tornato al potere a Washington, che ha sbattuto in faccia anche al più fedele alleato dell’Asia orientale pesanti dazi. L’accordo, che ha collocato al 15% le tariffe per l’export giapponese negli Usa e ha previsto investimenti nipponici negli Usa per 550 miliardi di dollari, è sdrucciolevole come ogni accordo stipulato con Trump: chi andrà a stabilirsi nel Kantei, la sede del primo ministro a Tokyo, dovrà discutere con Washington delle modalità di applicazione di questi dazi. Inoltre, incombono le minacce connesse all’ascesa cinese, ai pericoli dei programmi nucleare e missilistico nordcoreano, la stretta alleanza tra il presidente russo Vladimir Putin e Kim Jong Un, l’arrivo in Corea del Sud di un presidente meno favorevole alle posizioni del Giappone rispeto al suo predecessore.













