Non tutto ciò che otteniamo nella vita è frutto del nostro impegno. La lotteria dei geni che ci assegna dei genitori non scelti, quella della nascita che ci inserisce in una famiglia piuttosto che in un’altra, la salute, gli incontri fortuiti, il momento storico, i luoghi, tutto questo pesa nei nostri percorsi esistenziali, spesso più delle nostre decisioni. Eppure, continuiamo a vivere nell’illusione che sia possibile tracciare un confine netto tra merito e sorte. Il punto non è solamente filosofico, ma ha profonde implicazioni economiche e politiche. Perché se le differenze di reddito e di ricchezza derivano da capacità e impegno, molti le giudicheranno accettabili. Se invece sono il prodotto della sorte, un innato senso di giustizia ci spinge a dire che qualcosa non va. Ma questa distinzione, che ci sembra ovvia, non è né universale né stabile. Cambia nel tempo, nei luoghi, nei sistemi politici. E con essa cambia anche la legittimità delle istituzioni e delle politiche redistributive che queste sono chiamate ad implementare.

La giustizia come costruzione sociale

Non esiste una concezione di giustizia “pura”, data una volta per tutte. Le società costruiscono narrazioni condivise su cosa sia giusto e cosa no. La meritocrazia, che oggi appare naturale a molti cittadini europei, è in realtà una visione storicamente situata: affonda le radici nella tradizione liberale e nel pensiero illuminista, si consolida con lo Stato sociale novecentesco, e continua a essere negoziata nel conflitto tra efficienza economica ed equità distributiva. In altre culture e contesti storici, sono stati altri i valori dominanti. La logica comunitaria dell’egualitarismo, ad esempio, sopravvive nelle economie rurali di sussistenza e riaffiora oggi nelle rivendicazioni contro le nuove disuguaglianze globali. La visione libertaria, che accetta che siano il caso e la logica della competizione e del mercato a decidere, trova spazio in contesti segnati da una forte diffidenza verso l’intervento statale e da un diffuso individualismo.