C’è tutta la visione del mondo che ha animato per decenni, e in una misura minore anima ancora, la sinistra intellettuale diffusa nelle parole con cui Gianna Fracassi, segretaria generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza della CGIL, ha liquidato l’approvazione l’altro giorno in Consiglio dei Ministri del decreto legge che riforma l’esame di maturità.
E ci sono le parole-totem, e francamente irriflesse, che si usano in queste circostanze, quasi una sorta di tiritera o “canzone d’organetto”, per dirla con Nietzsche (manca per pudore l’epiteto di riforma “fascista” ma alla fine in molti da quelle parti siamo sicuri che non la disprezzerebbero). Il provvedimento, che cerca di ripristinare un minimo di serietà negli studi, sarebbe «punitivo e regressivo», ci riporterebbe «indietro di decenni», riporterebbe a «pratiche superate e autoritarie».
Quanto poi al ritorno alla denominazione di “esame di maturità”, sostituita nel 1997 dal ministro Berlinguer in quella di “esame di Stato” (dal vago sapore di “Stato etico”), essa non rappresenterebbe «l’evoluzione didattica e pedagogica maturata negli ultimi anni».
E poi c’è il mito della “partecipazione” la quale imporrebbe di giustificare ogni tipo di comportamento in nome di una sorta di “morale superiore”. A proposito dei ragazzi che, nell’ultima sessione di esami hanno fatto scena muta all’orale, il ministro Valditara, stabilendo che da ora in poi ciò non sarà più possibile, avrebbe dato «una risposta autoritaria» perché «ogni protesta rappresenta una forma di partecipazione attiva e il ministro dovrebbe ricordare che lo scopo della scuola della Repubblica è proprio educare alla partecipazione».








