Valeria Bruni Tedeschi incarna nel suo crepuscolo, ingrigita, con qualche filo bianco tra i capelli, l’attrice più grande di tutte le altre, morta 100 anni fa, nel film Duse di Pietro Marcello. La sensazione è che abbia finito col «brunitedeschizzare» Eleonora Duse, vampirizzata, come succede nei film di Valeria, dove porta sé stessa e cannibalizza lo schermo recitando la sua vita.

E’ così?

«Sì, ho messo la mia personalità e incontrandola parlo di me. Non ho cercato di essere lei ma di diventarle amica. Non volevamo fare un biopic, infatti ci siamo posti la domanda se mettermi le lenti a contatto nere, il colore dei suoi occhi, e abbiamo detto no. Ma certi dettagli suoi li restituisco, per esempio usava molto le mani. E’ stato una specie di scambio. Volevamo un’attrice senza maschera».

Qual è l’unicità della Duse?

«Aveva prima di tutto la potenza della verità, ho cercato di convocare la sua umanità, l’attenzione all’altro che sono valori di cui abbiamo bisogno. Io faccio delle riunioni speciali, che siano morte o vive, con le persone ci parlo, spesso lavoro con i morti, ho chiesto alla Duse e alla mia insegnante di recitazione che non c’è più di accompagnarmi in questo viaggio, è una cosa segreta che accade nella mia stanza, poi vado sul set e sono forte».