Registrare un dato sulla disoccupazione in luglio che ci riporta ai livelli del 2007 (il 6% contro il 6,2% dell’eurozona), e dunque prima che esplodesse la crisi finanziaria globale innescata dal crollo di Lehman Brother’s negli Stati Uniti, con pesanti effetti sull’Europa e sul nostro paese, è certamente una buona notizia. E lo è maggiormente se la si compara all’andamento del Pil, in flessione dello 0,1% nel secondo trimestre, primo effetto tangibile dei dazi di Donald Trump, nella prospettiva che l’anno si chiuda non oltre un modesto 0,5 per cento.

Più occupati ma con alcune ombre

I dati resi noti dall’Istat segnalano in particolare 13mila occupati in più su giugno e 218mila in più rispetto a un anno fa. Ed è confortante che gli occupati abbiano raggiunto quota 24 milioni 217 mila, con un incremento dei dipendenti che salgono a 16 milioni 448 mila, sia dei dipendenti a termine, 2 milioni 567 mila. Crescono però in contemporanea gli inattivi, le donne restano ancora indietro e si registra una flessione per quel che riguarda i lavoratori autonomi, fermi a poco più di 5 milioni, con il tasso di occupazione che si attesta al 62,8%, un lieve aumento su giugno (+0,1), e con un incremento dello 0,4% in un anno. Occorre poi segnalare che una buona fetta dei nuovi occupati appartiene alla fascia degli over 50, e che comunque si tratta di cifre che vanno declinate anche alla luce di una evidente persistente questione salariale. Ne consegue che occorrerebbe potenziare al massimo tutti gli interventi in grado di favorire la creazione di nuova occupazione soprattutto giovanile, sostenendo le imprese che creano occupazione e sviluppo. Ecco che allora l’incremento dell’occupazione sarebbe anche più “visibile” in termini di sostegno ai consumi, alla domanda interna più in generale e dunque a Pil.