Alla fine le grandi rivoluzioni promesse da questo mercato non ci sono state. Con quasi tutte le panchine stravolte, escluso il Napoli campione, le grandi hanno scelto di non ribaltare le rose ma di strutturarle. Il trend è chiaro: sono arrivate più seconde linee che non titolari. Questo alza il livello medio delle big, ma non quello massimo del campionato.
NAPOLI - VOTO 7 Un mercato a due facce. Di sicuro il più largo e ambizioso della serie A. Mezzo punto in più per l’ottima capacità di reazione mostrata dopo il trauma dell’infortunio di Lukaku. Invece di cercare una pezza, un rincalzo del rincalzo, il club ha risposto con un segnale di ambizione e lungimiranza, investendo un tesoro su Hojlund, pagato come un titolare perché lo dovrà essere. L’acquisto non previsto di Hojlund lascia inevitabilmente qualcosa di incompiuto: manca ancora un terzino destro di livello, anche se a sinistra ci si aspetta molto da Gutierrez, e un innesto in mediana che poteva essere Brescianini. Mezzo punto in meno per le cifre a cui sono stati acquistati i cartellini, tendenzialmente alte: per Milinkovic-Savic, Beukema, Lucca, Lang non è stato strappato alcuno sconto.
INTER - VOTO 5 Un mese, giugno, di buone intuizioni seguito da due mesi, luglio e agosto, che non hanno spiegazione. Ma proprio letteralmente: l’Inter non ha spiegato il suo strano mercato. Si è esposta solo per Calhanoglu e Lookman, il grande addio e il grande arrivo, ma quando non sono andati in porto ha fatto finta di niente. Gli acquisti sono corretti e interessanti sia a livello tecnico sia finanziario (Sucic, Luis Henrique, Bonny, Diouf, più la valorizzazione di Pio Esposito), ma nessuno arriva con lo status di titolare assoluto. Anche Akanji porta leadership e velocità a condizioni favorevoli (1 milione per il prestito, 15 per il riscatto obbligatorio in caso di scudetto), ma la tempistica sconfessa le certezze ostentate per mesi. Anche la gestione del difensore francese Benjamin Pavard non è da Inter: se era un problema ieri, lo era anche due mesi fa. È vero che un grande club segue la pianificazione e non si fa condizionare, ma a volte serve anche l’umiltà di ascoltare il suggerimento di “rivoluzione” mai così unanime.











