Giornatona. Due film in Concorso, assai belli entrambi, con quello di Assayas primo vero pretendente al Leone.

Quando spunta Olivier Assayas qualcosa di buono c’è sempre. A volta anche tanto. Stavolta è così. “Le mage du Kremlin” è il primo, convincente candidato al Leone d’oro. Si racconta dell’ascesa al potere di Vladimir Putin, ma il vero mago è un altro: non a caso Jude Law, che riveste Putin di un’ambiguità luciferina, entra in scena a poco meno di un’ora dall’inizio. Siamo agli inizi degli anni ’90, appena caduto il Muro, con l’impero sovietico dissolto. A Mosca sta cambiando tutto. Vadim Baranov (un Paul Dano esemplare, che meriterebbe la Volpi) è un artista che capisce come sia arrivato il momento di svoltare. Si intrufola nell’ambiente politico e spinge affinché un ex agente del Kgb assuma il comando di quel Paese politicamente in ricostruzione. Lui è appunto Putin e Baranov diventa di fatto il suo spin doctor. Tratto dal romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, il film è una potente raffigurazione di quali infide trappole siano fatti i labirinti delle gerarchie, quella russa in particolare. Il regista francese di “Sils Maria” (forse il suo capolavoro) e di “Personal shopper”, pregevole autore senza mai farlo pesare, entra nelle stanze del comando con uno stile classico di solida narrazione, mostrando come l’incertezza di sé domini ogni azione, senza che nessuno possa sentirsi al sicuro. Scritto in modo impeccabile dallo stesso Assayas con Emmanuel Carrère, al quale probabilmente si deve l’ultimo, raggelante colpo di scena da spy-story, “Le mage du Kremlin” è narrato in flash-back, quando Baranov, ritiratosi lontano alla capitale, accetta di svuotare il sacco a un giornalista americano, arrivato per l’occasione. Al di là di qualche, probabile licenza storica, un grande film senza punti deboli. Voto: 8.