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30 AGOSTO 2025
Ultimo aggiornamento: 20:32
“Siamo divisi, non c’è modo d’indorare la pillola, e se non abbiamo una posizione unica non abbiamo voce sulla scena globale“. L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas usa queste parole per descrivere la paralisi dell’Europa, emersa anche al consiglio informale degli Esteri a Copenhagen. Dove si è parlato tanto, ma si è concluso pochissimo. L’Unione Europea conferma lo stallo quando si tratta d’Israele e di che misure prendere – tutti insieme – per colpire il governo di Benjamin Netanyahu, colpevole di non rispettare i diritti umani a Gaza. L’unica, debole, misura proposta dalla Commissione (ovvero sospendere i fondi per le start-up nell’ambito del programma Horizon) non riesce a trovare il sostegno necessario benché serva solo la maggioranza qualificata e non l’unanimità.
Partiamo però dai dettagli. Al consiglio informale Esteri – nome in codice Gymnich: lo organizza ogni presidenza di turno – non si prendono decisioni pratiche ma si discute liberamente, con l’idea di favorire le intese (in questo caso nella sala c’erano solo i ministri, senza i consiglieri e i cellulari). Ad opporsi alla Commissione ormai sono solo un gruppo minoritario di Paesi: Germania, Italia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Romania. Forse anche l’Austria. Abbastanza però per avere una minoranza di blocco. Ma a contare davvero sono Roma e Berlino. Se una delle due capitali cambia schieramento, la maggioranza si trova. Oppure se restano isolate insieme a Budapest. Non a caso prima dell’informale il ministro tedesco Johann Wadephul e il suo omologo italiano Antonio Tajani hanno avuto un bilaterale in cui sono emerse “identità di vedute” sia sul dossier ucraino che quello israeliano.











