Per uno come Donald Trump, che è insofferente pure quando si diverte «datti una mossa» dice a quelli che giocano a golf con lui e si soffermano ad ammirare il paesaggio - la guerra tra Russia e Ucraina è una fastidiosa baruffa che danneggia un disegno economico e militare molto più grande. Kiev è un tema che “non sta nel fuoco”, dicono i russi, a intendere che non è una questione fondamentale: Washington e Mosca parlano di affari, dagli accordi energetici alla deterrenza nucleare fino all’influenza strategica. Accantonata la speranza che il suo arrivo alla Casa Bianca portasse a una rapida risoluzione del conflitto, il presidente americano si è dovuto piegare all’andamento fiacco dei negoziati, ovvero il transumare delle cancellerie, gli scambi di prigionieri, le sanzioni fantasma, i post sui social, le visite al Cremlino dell’inviato speciale Usa Steve Witkoff e i gruppi tecnici al lavoro per trovare intese sulle garanzie di sicurezza postbelliche per Kiev – così da evitare che la pace sia una resa sotto mentite spoglie e preludio a un’altra guerra. Impazienti e frustrati siamo pure noialtri, intrappolati nella tirannia del quotidiano alieno dalla complessità: un passo avanti che viene vanificato, all’apparenza, da tre indietro, fra vertici multilaterali, mancate tregue e la «discrezione», ha detto l’altroieri il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, necessaria «per raggiungere un accordo».