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Il consumismo viene rivendicato contro il culto degli oggetti indistruttibili: non è lo spreco a spaventare, ma la resistenza delle cose che sopravvivono alle persone e ai loro cambiamenti
Io sono sempre stato un consumista, un filo consumista, anche se in Italia il consumismo è sempre stato disprezzato da qualsiasi parte, persino la parola “consumismo” sembra un insulto, perfino mia mamma mi ha sempre detto “che consumista che sei!”. Se dovessi fondare un partito lo chiamerei Rifondazione Consumista, non per difendere il Black Friday o le file davanti all’Apple Store (che purtroppo non ci sono più, quanto le rimpiango), piuttosto per rivendicare l’idea che non c’è nulla di scandaloso nel volere oggetti, perché la vita è questo: accumulare e consumarsi insieme a loro.
Vi dico questo perché oggi, sfogliando il Guardian, mi sono imbattuto in un articolo che celebrava i regali che resistono, gli oggetti che durano una vita, anzi più di una. C’è la padella Le Creuset del 1970, regalo di nozze che funziona ancora dopo cinquant’anni di stufati (mentre il matrimonio per cui era stata donata, come c’era da aspettarsi, si è già dissolto). C’è una t-shirt marinara Armor-Lux ricevuta nel ’95, lavata centinaia di volte e ancora indossata come se il tempo fosse rimasto appeso all’etichetta.






