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Nel libro di Bruno Damini la storia di Giuseppe Masotola, detto monsù Peppino, che imparò a cucinare guardando gli altri, non ebbe mai un proprio ristorante, ma cucinò per artisti, registi, inventori e per il grande attore napoletano. Distruggendo poi ogni testimonianza di queste esperienze per la voglia di tagliare i ponti con il passato quando smise di cucinare
Un cuoco che attraversa il Novecento senza mai fermarsi dietro i fornelli di un ristorante. Giuseppe Masotola, detto monsù Peppino, nato a Napoli nel 1889, ha vissuto una vita che sembra un romanzo, e forse proprio per questo ne è diventato protagonista. A ricostruirne l’esistenza è Bruno Damini, giornalista e scrittore, che ha dedicato sei anni a raccogliere frammenti, aneddoti e testimonianze. Il risultato è “Il primo a prender fuoco fu Totò” (Minerva Edizioni, 196 pagine, 16,90 euro).
Masotola iniziò come lavapiatti, imparando osservando in silenzio i gesti degli altri. Da lì un percorso errante che lo portò nelle cucine di nobili partenopei, a bordo delle navi della Regia Marina, e persino sull’Elettra, il laboratorio galleggiante di Guglielmo Marconi. Per lui cucinare significava soprattutto interpretare il mondo, e le sue ricette – sempre intrise di radici napoletane – finirono sulle tavole di personaggi come Beniamino Gigli, Eduardo De Filippo, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini.






