Al Meeting di Rimini, fra l’inaugurazione di Mario Draghi e la chiusura di Giorgia Meloni, si è visto un inedito confronto fra i due e il risultato è disastroso per Draghi. La partita è finita cinque a zero per la premier.

Non lo certifica solo l’entusiasmo della platea. Su questo piano la vittoria della Meloni era scontata: tanto lei è in sintonia con i sentimenti della gente, quanto Draghi è gelido. Ha il fascino di un autovelox.

Entriamo nel merito. Draghi, che da trent’anni è ai vertici della tecnocrazia europea, ha fatto un arido discorsetto sul misero presente della UE. Ha ripetuto che l’UE ha sbagliato tutto e per questo non conta più niente. Ma lui è stato parte fondamentale della classe dirigente che – come dice Draghi stesso oggi - ha fallito. E non fa autocritiche. Con l’aggravante di perseverare negli errori, come la delegittimazione delle sovranità nazionali. È come dire: aver sottratto sovranità agli Stati con la UE ci ha messo nei guai, quindi ci vuole più UE. C’è anche un altro aspetto.

Fateci attenzione: Draghi non cita mai un analista, un pensiero, uno storico, un filosofo, un sociologo, uno scrittore. Sembra che non abbia letto un libro da decenni. Non ha visione politica e lo rivendica con una battuta di Helmut Schmidt. Dice esplicitamente che non aderisce a grandi principi o ideali europei (né nazionali). È pragmatismo? O piuttosto vuoto culturale e aridità spirituale?