Quando a gennaio 2024 iniziò il processo ad Alessandro Impagnatiello, l'ex barman che nel maggio 2023 uccise a Senago, nel Milanese, con 37 coltellate la fidanzata incinta di sette mesi, Giulia Tramontano, tentando di bruciare il corpo e facendolo ritrovare dopo quattro giorni, i familiari della 29enne scoprirono che l'auto dell'imputato non era stata sequestrata.
E che, anzi, il 32enne era riuscito a venderla ad una sua parente.
Proprio per evitare che quella macchina, su cui il giovane, condannato all'ergastolo in primo e secondo grado, aveva nascosto il corpo di Giulia, tenuto pure in un box e poi gettato in un'intercapedine, continuasse "a circolare liberamente", hanno deciso di intentare una causa. E ora il Tribunale civile di Milano ha condannato la cognata di Impagnatiello, ossia la moglie del fratello, a risarcire, con poco meno di 25mila euro, i familiari di Giulia. Alla parente dell'ex barman, infatti, un paio di mesi dopo il delitto, fu venduta e intestata l'auto del 32enne, nel tentativo, stando al verdetto civile, di farlo apparire un nullatenente ed evitargli così di pagare il risarcimento ai familiari della vittima.
"Alla famiglia ciò che interessava era che questa macchina non girasse più, dato che non era stata sequestrata dalla Procura per un errore", ha chiarito l'avvocato Giovanni Cacciapuoti, legale dei genitori, della sorella e del fratello della 29enne. L'azione civile "per la revocatoria della vendita" - con prima udienza discussa lo scorso novembre, mentre si stava concludendo il processo penale di primo grado - venne portata avanti per impedire che la macchina "andasse in giro liberamente, anche perché la Procura all'epoca - ha precisato il legale - aveva disposto solo il sequestro del pianale posteriore, dove erano state trovate tracce di sangue".










