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Martedì negli Stati Uniti i genitori di Adam Raine, un 16enne californiano che si è suicidato ad aprile dopo aver confidato e discusso i suoi piani con il chatbot ChatGPT, hanno fatto causa a OpenAI, l’azienda che possiede il software, accusandola di essere responsabile della morte del figlio. È la prima causa di questo tipo intentata contro OpenAI, anche se nell’ultimo anno c’erano stati diversi casi simili e sono milioni le persone che ogni giorno usano il chatbot come psicologo.
Secondo quanto riferito dai suoi genitori, che hanno scoperto le conversazioni fra il figlio e il chatbot solo dopo la sua morte, Raine aveva iniziato a usare ChatGPT a settembre del 2024 per fare più velocemente i compiti a casa. A novembre aveva cominciato a parlargli dei suoi problemi personali e in poco tempo il chatbot era diventato il suo «confidente più stretto». A gennaio del 2025 per la prima volta gli aveva chiesto consigli su come uccidersi e in alcuni casi ChatGPT gli aveva risposto: in uno in particolare Raine gli aveva chiesto quale fosse il materiale migliore per fare un cappio.
Quando viene usato come uno psicologo o un semplice confidente, ChatGPT agisce come tale, confortando l’utente e dandogli consigli. È però programmato per incoraggiare l’interlocutore a contattare una linea di assistenza o a cercare aiuto nel mondo reale tutte le volte che rileva messaggi dal contenuto preoccupante, come per esempio quelli in cui l’utente mostra tendenze autolesioniste. Non ha però dei protocolli per fare autonomamente e automaticamente delle segnalazioni alle autorità in caso di situazioni critiche o di riferimenti molto espliciti a tendenze suicide.











