Lucio Dalla, in una canzone del 1979, descriveva Milano come una città «vicino all’Europa che ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano» e poi ancora «...Milano, tre milioni e il respiro di un polmone solo che come un uccello gli sparano ma anche riprende il volo...». La caratteristica di una modernizzazione europea e la natura volitiva e resiliente della città era già così evidente mezzo secolo fa da essere celebrata da uno dei principali poeti popolari del presente.
Nell’ultimo decennio, però, questa tradizionale milanesità rivolta all’Europa si è intrecciata con i flussi di una standardizzazione globalizzata che, invece di generare un autentico cosmopolitismo, hanno prodotto il riflesso condizionato di una indistinta omologazione che appare ben visibile nell’assalto dei turisti agli store delle multinazionali del fast fashion, nelle estetiche di architetture ormai riconoscibili in ogni skyline delle new town extraeuropee ed, infine, nella trasformazione delle icone della città, dalla Scala a San Siro, dalle vie di Brera ai Navigli, un tempo luoghi «da vivere» e ora solo luoghi «da visitare».







