RAMALLAH – Sono tre anni che cerco giustizia per mia sorella Shireen, uccisa a Jenin da un soldato israeliano. È morta con la scritta “Press” addosso. Sono tre anni che faccio di tutto, spendo un sacco di soldi e mi danno l’anima per scoprire chi ha premuto il grilletto e fargli assumere la responsabilità di ciò che ha fatto. Ho un team legale e delle Ong che mi sostengono, ho scritto a Biden e a Trump, a Washington ho incontrato senatori e membri del Congresso, sto facendo del mio meglio in una realtà che sembra scritta da Kafka. Vorrei dire di aver raggiunto un risultato, ma la verità è che non esiste neppure un processo a nome Shireen Abu Akleh. E dopo i funerali nessuno da Israele mi ha contattato, né un procuratore, né un giudice, né un poliziotto. Hanno ammazzato mia sorella e pretendono anche che me ne dimentichi».
Parla a Repubblica Tony Abu Akleh, 62 anni, fratello di Shireen, la popolare reporter di Al Jazeera colpita a morte l’11 maggio 2022, mentre stava seguendo un raid delle Idf nel campo profughi. Quando è morta, la giornalista palestinese-americana aveva 52 anni.
Dopo l’uccisione è stata aperta un’inchiesta penale?
«Questo accade nei Paesi civili, non nella Cisgiordania occupata. Non è stata condotta alcuna indagine da una corte israeliana. Tutti gli avvocati con cui ho parlato mi hanno detto la stessa cosa: rivolgersi a un giudice israeliano è impraticabile, rivolgersi alle autorità palestinesi è inutile».









