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Il centrista intervistato da Sallusti: "La premier è capace. Una mano a Fico? Piuttosto me la taglio"
È forse uno dei politici più corteggiati e al centro del centro del rinato bipolarismo italiano. Carlo Calenda, leader di Azione, lo sa e in un avvincente colloquio con il direttore Alessandro Sallusti alla Versiliana ha cercato di fare chiarezza sul suo futuro politico. Con un certo orgoglio, dopo una simpatica parentesi sul suo percorso politico-lavorativo, dalla Fgci alla Ferrari, il segretario di Azione si definisce «un liberale sociale, un tempo affine al Partito Repubblicano» e confermando quella tradizione laico-repubblicana si pone a fianco del ceto produttivo: «Questo paese è stato fatto grande dal lavoro degli italiani e dalla produzione eppure facciamo tutte le cose contrarie al lavoro e alla produzione». Quindi sferza un attacco al sistema privato e pubblico: «Siamo diventati un paese della rendita oltreché del populismo e abbiamo le Regioni che sono da combattere anzi, vanno chiuse e commissariate». Le Regioni, anche per le imminenti scadenze elettorali sono l'oggetto principale del colloquio, implicando diversi temi come quello politico-clientelare che si annida «nelle società partecipate di tutta Italia e che vanno accorpate sempre di più» e delle alleanze: «In Toscana il riformista Giani si è fatto dettare il programma dalla Taverna; in Campania piuttosto che darla in mano a Roberto Fico mi taglio le mani»; e attacca duro il Pd: «Si sono consegnati mani e piedi ai Cinque Stelle» che non a caso, è il suo ragionamento, «gli hanno dato Pasquale Tridico in Calabria, l'uomo del reddito di cittadinanza; l'ultima cosa di cui avevano bisogno» e chiude con un certo rammarico sulle Marche: «Io non so cosa sia successo a Matteo Ricci, lo avrei anche supportato poi però dice che vuole chiudere i termovalorizzatori».






