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Il senatore a vita si schiera di nuovo dalla parte opposta al centrodestra. Ma dice: "Voterò per tutelare lo Stato di diritto, non contro il governo"

Ha messo da parte il loden e indossato l'elmetto del No. Mario Monti, il professore della Bocconi oggi senatore a vita, il garante del salotto buono europeo, il terzopolista allergico al bipolarismo muscolare, ha rotto gli indugi sul referendum relativo alla riforma della giustizia. Dopo aver ondeggiato tra un timido Sì e un lontano No, si è ripreso la scena con un'intervista sul Corriere della Sera. Titolo: "Voterò No a tutela dello Stato di diritto. E non per punire il governo". È un no che ha il sapore di capriccio, sospettano a Palazzo Madama. Più per farsi notare che per convinzione. Addirittura le malelingue bisbigliano: "Forse si aspettava una nomina o comunque il titolo ad honorem di consigliere di Meloni".

Una giravolta che in fondo tradisce la sua anima liberal di centrodestra. Perché l'uomo "sistema" non si può ascrivere alla galassia progressista. "Nel 1994 Berlusconi l'ho pure votato - ha ammesso in un'intervista ad Aldo Cazzullo - E scrissi un articolo in cui auspicavo un liberalismo disciplinato e rigoroso". Di più, il '94 è l'anno in cui il professore vola a Bruxelles grazie alla volontà del Cavaliere che all'epoca sedeva a Palazzo Chigi e "che mi volle come commissario europeo". Tra i due si stabilisce un rapporto franco, nel rispetto delle parti. "Non ho mai sbraitato contro lui". Berlusconi lo corteggia, lo vorrebbe addirittura come ministro dell'Economia, ma non se ne fa nulla. "Gli dissi che ero onorato dalla proposta e che avrei anche potuto accettare, ma solo se lui avesse rinunciato alle promesse di ridurre le tasse".