LISBONA – Ho attraversato l' inferno di Lisbona, il suo cuore carbonizzato fra cumuli di macerie e di detriti, con i neri scheletri delle case ancora fumanti, le voragini dei sottosuoli squarciati, le colline di cenere e di rottami, l'interno dei magazzini Grandella trasformato in una orrida prigione di ferraglie contorte: un paesaggio metropolitano devastato come da un'esplosione o da una battaglia, annientato dall'ira sorda di un bombardamento.
Deserto ovunque: il rumore oggi è solo quello triste e insensato dell'acqua che sgorga a fiotti dalle tubature squarciate inutile pioggia sotto il sole rovente o che zampilla dal basso e alimenta la rovinosa fanghiglia dei detriti.
A Rua do Carmo i marciapiedi non esistono più. La strada commerciale che si slancia in salita da piazza del Rossio la piazza dove un tempo venivano bruciate le donne accusate di stregoneria e si disputavano le incruente corride portoghesi oggi è un desolato cimitero di palazzi. Montagne di mattoni, cumuli di lamiere, trappole di vetri, nuvole di polvere e di fumo. Dei grandi magazzini del Chiado non resta che la facciata annerita e corrosa, vicina a crollare, con la pensilina liberty di ferro battuto contorta dalle fiamme.






