Da qualche settimana ai più attenti sarà saltato all’occhio un piccolo cambiamento nell’outifit delle calciatrici delle squadre italiane della Serie A. Le capitane non stanno più indossando la consueta fascia con la lettera «C», ma con la scritta per intero: «Capitana».
Una scelta dal forte significato simbolico: già Sara Gama – ex capitana della Nazionale e della Juventus che si è ritirata ad aprile – aveva parlato sul podcast Small Talks, condotto da Carlo Pastore, di come quella singola lettera potesse cambiare la prospettiva sul ruolo delle donne in questo sport. In Italia è infatti diffusissimo l’uso di termini maschili per indicare le calciatrici – “portiere” al posto di “portiera”, o “capitano” al posto di “capitana” –, cosa che non succede in altre discipline, ad esempio la pallavolo. Questo perché il calcio è ancora uno sport ancorato all’immaginario maschile, in cui le partite più sentite restano quelle in cui sono gli uomini a inseguire il pallone e a riempire gli stadi.
I numeri
I dati parlano: secondo il Figc Report Calcio 2025, attualmente si contano quasi 1,5 milioni di tesserati al calcio maschile contro i circa 45.600 nel femminile. Tuttavia, qualcosa sta pian piano cambiando. Il pubblico è in espansione: 17 milioni di italiani si dichiarano interessati al settore femminile, e altri 7 milioni sono tifosi attivi. Entro il 2030, Figc stima che gli appassionati raggiungeranno quota 37 milioni.






