«Ciò che rappresento, il corpo che abito, la mia visione: penso che tutto, in qualche modo, sia politico»
testo e foto di Maurizio Fiorino
3 minuti di lettura
My Queer Blackness, My Black Queerness”. Uno slogan che diventa acronimo (Mqbmbq) e che, a sua volta, si trasforma in una residenza per artisti black queer. È un riassunto, certo, ma l’idea – come ha spiegato a d l’ideatore della piattaforma, Jordan Anderson – è nata con l’intento di creare uno spazio aperto a una categoria (troppo) spesso trascurata, connettendo moda e arte. Giunta alla quinta edizione, la residenza, che per il secondo anno è stata supportata da Jean Paul Gaultier, si è svolta a Villa Tonda, in mezzo agli ulivi secolari di Ansedonia. E ha riunito quattro artisti la cui peculiarità, in fondo, è il loro essere diversi l’uno dall’altro. Il percorso di Yav, per esempio, è una continua esplorazione tra ballo e musica. Originario del Congo, vive a Bruxelles, un luogo – dice – dove emerge un forte senso di appartenenza e dinamismo. "È un punto di incontro tra mondi e culture diverse. È una città vibrante, anche se a volte sembra invisibile. Molti abitano a Bruxelles ma lavorano altrove: Amsterdam, Rotterdam, Parigi. Per questo motivo la scena è fluida, in continuo movimento". Ragionando sulla sua esperienza insieme agli altri artisti, emerge una riflessione più profonda sul senso stesso della creazione: "Per me è sempre una questione di apprendimento. Anche se ci muoviamo negli stessi ambienti, non sempre ci si incontra davvero. Qui, invece, c’è lo spazio per conoscere la pratica dell’altro, per ascoltare come è nato un percorso". Non è solo un’esperienza di scambio, ma di cura: "C’è un bisogno di rallentare. Spesso il mondo artistico è troppo concentrato sulla produzione, ma ci vuole il tempo per ritrovarsi. Per me è fondamentale avere del “vuoto” per riflettere, chiedermi: da dove sono partito? E adesso? Dove voglio andare?".







