Un sistema chiuso, scuole spesso private e inaccessibili, mancanza di supporto… Essere, oggi, dei creativi non bianchi in Italia è davvero possibile?
di Silvia Schirinzi
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Quando gli chiediamo perché, dopo i grandi annunci seguiti a Black Lives Matter (Blm) nel 2020, nella moda si è smesso di parlare di inclusione, Edward Buchanan risponde che forse non è la domanda giusta per lui. «Da persona creativa nera, non sono io, non siamo noi, ad aver creato un sistema che non ci offre opportunità», spiega. «Se chi è in cima a quel sistema non rinuncia a una parte di potere, tutti gli altri faranno sempre fatica ad accedervi. Quando lavoro con recruiter o ceo, noto che se non si ha il loro stesso modo di pensare, le possibilità che tu possa essere preso sono molto basse: è terribile, ma è la realtà».
Buchanan, designer, consulente creativo e fashion director di Perfect, il sistema della moda italiana lo conosce dall’interno. È arrivato da New York a Vicenza all’inizio degli anni 90, con il compito di creare la prima collezione di abbigliamento di Bottega Veneta. È uno dei volti della campagna che ha anticipato il debutto di Louise Trotter alla fashion week di Milano. Finora, il suo contributo al brand non era mai stato formalmente riconosciuto: una parabola che racconta le difficoltà dei creativi non bianchi nel settore. Quei blocchi hanno fatto nascere un’urgenza, dice Michelle Ngonmo, fondatrice di Afro Fashion Association e dei Black Carpet Awards, l’evento che dal 2023 celebra l’inclusione in un Paese che fatica a confrontarsi con la sua realtà multietnica. «All’Università di Ferrara ero presidente degli studenti afro. Ho incontrato tanti ragazzi che, come me, non riuscivano a ottenere colloqui né stage, una realtà molto diversa da quella raccontata dai media», spiega. Afro Fashion Association nasce da quella frustrazione, come spazio per i talenti afrodiscendenti e Bipoc (Black, Indigenous, and People of Color), ma anche dal desiderio di «creare un movimento che fosse non solo voce, ma soprattutto accesso».








