Giada Biaggi
David Hockney è la prova vivente che si può essere queer senza essere disturbanti. Non sono ancora stata alla sua retrospettiva a Parigi. Ma sarà la mia prima tappa estiva
di Giada Biaggi
2 minuti di lettura
Non ci sono ancora stata, ma ci andrò. Parigi. Fondation Louis Vuitton. David Hockney 25. Prima mostra dell’estate. Forse anche l’ultima, chi lo sa. Altro che Mykonos. Altro che festival in qualche radura mitteleuropea con DJ olandesi, funghetti allucinogeni bio e sesso di gruppo. Io no. Io vado da Hockney. Perché lui ha capito tutto. Ha capito che la luce è una droga leggera. Che la superficie non è frivola, è solo più onesta. Che puoi dipingere un tuffo senza il corpo, e ottenere comunque un orgasmo. Vaginale, direbbe qualcuno (probabilmente io). David Hockney nasce a Bradford, Inghilterra, nel 1937. Pioggia, fabbriche, bollitori, silenzi post-vittoriani. Studia arte, si diploma alla Royal College of Art nel ’62. Si tinge i capelli di biondo platino. Si è ispirato da un spot di Clairol: “Blondes have more fun.” E lui ci crede. Lo fa. Non per travestirsi da qualcun altro, ma per diventare pienamente se stesso.








