VERONA - «Prima lo hanno circondato, poi lo hanno colpito ripetutamente con una chiave inglese. E dopo i calci e i pugni, lo hanno minacciato di morte, costringendolo a inginocchiarsi e a baciare i piedi scalzi di ciascuno di loro. La colpa di mio figlio? Essersi difeso nella precedente aggressione». La voce rotta di una mamma, che racconta gli episodi di violenza subiti dal figlio di appena 13 anni. La confidenza delle aggressioni fatta dalle amiche è piombata nella quotidianità di Bruna come un fulmine a ciel sereno, quando la mamma di un amico di suo figlio l'ha chiamata al telefono per sfogarsi e per raccontarle quanto accaduto a suo figlio, picchiato da una banda di ragazzini.
«Mi ha detto che anche mio figlio era stato picchiato, presumibilmente, dagli stessi bulli. E lì ho collegato tutto. Un mese prima mio figlio era tornato a casa con dei segni sul volto. Mi aveva detto di essere caduto da un albero, mentre era al parco. Volevo farlo visitare, ma non ho insistito perché è un ragazzino che tende a chiudersi molto. Gli è stata diagnosticata la distimia, una forma di depressione che arriva a compromettere la qualità della sua vita».
Ma ecco dove tutto è iniziato, in quel pomeriggio del 10 luglio, mentre il 13enne si trovava nel parco di via Marcantonio Flaminio, dove un gruppetto di ragazzini ha incalzato: «Questa è la nostra zona, vai via». Un bullo si era avvicinato al 13enne per soffiargli del fumo di sigaretta in faccia. Un gesto che è stato immediatamente seguito da un pugno diretto sul tenero volto. La vittima si è, però, difesa rispondendo a quella violenza con un secondo pugno, per poi darsi alla fuga inseguito dai bulli che imbracciavano i bastoni. Una difesa che è rimasta, forse, indigesta al gruppo di bulli, che ha successivamente pensato a come mettere in atto una vendetta.






