A BORDO DI MEDITERRANEA – “C’erano altre quattro persone con noi quando siamo partiti, le hanno buttate giù a un’ora, un’ora e mezza dalla costa”. Adesso che la paura di essere riportati in Libia è passata, che su una nave grande, sicura e solida forse le onde iniziano forse a fare meno paura, iniziano a venir fuori i racconti di chi a bordo di Mediterranea inizia a credere davvero di poter iniziare a sognare una nuova vita. “Quando siamo saliti sul gommone era sera, non sapevamo nulla. Per giorni - o forse settimane, non so, lì avevo perso la cognizione del tempo – ci hanno chiuso in uno stanzone da cui non potevamo uscire. Eravamo ammassati in centinaia, non ci davano né cibo, né acqua, c’era un caldo insopportabile. Pensavo che non saremmo usciti vivi da lì”, racconta Afez.

Nelle safe house

Il nome è di fantasia, la sua storia reale. E feroce. Poco più di diciott’anni, l’acne sul viso a raccontarlo ancora adolescente, è fuggito dal Kurdistan iraniano. In quello stanzone – nel gergo dei trafficanti, vengono paradossalmente chiamate safe house – ha conosciuto quelli che sono diventati i suoi tre compagni di viaggio. In quella Babele sovraffollata, si sono riconosciuti grazie alla lingua in cui venivano recitate preghiere e imprecazioni e quel suono familiare è stato il modo per trovarsi e sentirsi meno soli.