“What my daughter told to ChatGpt before she took her life”, “Che cosa ha detto mia figlia a ChatGpt prima di togliersi la vita” è drammatico racconto pubblicato la scorsa settimana dal New York Times. Lo firma la giornalista e scrittrice Laura Reiley e racconta gli ultimi mesi di vita della figlia, Sophie, 29 anni. «A luglio, cinque mesi dopo la sua morte, scoprimmo che Sophie Rottenberg, la nostra unica figlia, si era confidata per mesi con un terapista di ChatGPT AI di nome Harry –scrive Reiley -. Avevamo passato tantissime ore a setacciare diari e memo vocali in cerca di indizi su cosa fosse successo. Fu la sua migliore amica a pensare di controllare quest'ultima cosa, i registri delle chat dell'IA».
Negli Stati Uniti sono sempre più le persone con problemi di salute mentale che si rivolgono ai chatbot per avere aiuto, supporto e conforto, anche se i ricercatori sono concordi nel dire che sono assolutamente inutili, se non dannosi. Se in Italia iniziano a comparire i primi portali che promettono di scacciare ansia e depressione in tre mesi, Illinois, Nevada e Utah si sono già tutelati con una legge che vieta l'intelligenza artificiale per «fornire supporto decisionale in ambito terapeutico e di salute mentale». «La popolazione dell'Illinois merita un'assistenza sanitaria di qualità da parte di veri professionisti qualificati - si legge nel comunicato che accompagna le nuove norme - non da programmi informatici che estraggono informazioni da ogni angolo di Internet per generare risposte che danneggiano i pazienti».








