La primavera dei tifosi del Napoli è vissuta su due emozioni intrecciate. La prima, eccitante e solare, era l’inseguimento allo scudetto. La seconda, sussurrata nell’ombra, era il timore di perdere Antonio Conte a fine stagione. Aurelio De Laurentiis assicura di essersi goduto il trionfo senza crucci o retropensieri, e quindi la prima domanda riguarda la sua sicurezza di trattenere il tecnico. Ma lui la corregge.

«Per vedere il quadro completo occorre partire da più lontano, dalla scelta di prendere un allenatore tosto come Conte. Molti anni fa lo incontrai alle Maldive. Era in vacanza assieme a Elisabetta, sua moglie, e a Vittoria, la loro figlia. Passammo alcune giornate a nuotare e a discutere di calcio. Mi spiegò il suo modo di lavorare e io rimasi affascinato dal rigore che lo animava. Uno stakanovista sul lavoro, come me. È evidente che siamo entrambi innamorati di ciò che facciamo, e questo per me è un aspetto fondamentale. Come la cura dei dettagli. Quando la piazza l’anno scorso mi chiese giustamente l’esonero di Garcia, era novembre, io invitai Antonio a colazione a casa mia e gli offrii di subentrare. Ma lui, con onestà intellettuale e il rigore di cui le dicevo, rispose che era suo desiderio venire a Napoli, ma a giugno, quando assieme avremmo ricostruito la squadra. E così è stato».