«Potete immaginare come mi sento. Mi occupo di centinaia di pazienti, curo centinaia di persone, e l’unico che non posso aiutare è mio figlio». Mohammad Wadi parla mentre Gaza è di nuovo sotto assedio. Le truppe israeliane avanzano, i bombardamenti si avvicinano alla sua tenda e al centro di Medici Senza Frontiere, dove lavora. Non si è fermato un attimo. Non ha mai lasciato la sua città. Ma ora Mohammad, 41 anni, ha due missioni: sopravvivere con la sua famiglia alle bombe e alla futura evacuazione, e fare il possibile per curare suo figlio Yazan, di 7 anni.
Di cosa soffre Yazan?
«Ha una malattia genetica sconosciuta. È come una lieve paralisi cerebrale e non riesce a camminare bene. Stava migliorando, poi è arrivata la guerra. Nessuna possibilità di cura, nessun tipo di fisioterapia. Prima riusciva a camminare, ora fa tre passi e cade. Riesce a dire solo poche parole».
Sperate di andare via dalla Striscia per salvarlo?
«Si, ho fatto ogni tipo di richiesta, ha bisogno di cure e laboratori di ricerca che qui a Gaza non esistono. Spero che qualsiasi Paese lo accetti. Lo vedo deperire ogni giorno davanti ai miei occhi. Pesava 20 chili, ora è a 15. Salvo vite e non posso salvare il mio bambino».






