Ogni grande opera innovativa, specie quando ambisce a ridefinire l’economia, la geografia e la storia di un Paese, porta con sé entusiasmi e timori.

Il Ponte sullo Stretto di Messina, simbolo di audacia ingegneristica e di un’Italia che «guarda lontano», non fa eccezione: al di là delle stucchevoli strumentalizzazioni politiche, tornano a galla le domande di sempre — sicurezza, impatto ambientale, costi — come se ogni autorizzazione fosse anche un nuovo processo d’intenti.

Gli autori di questo articolo ne sanno qualcosa, avendo avuto a che fare, a vario titolo, con un’altra grande opera: il sistema delle paratie mobili MoSE, acronimo di «Modulo Sperimentale Elettromeccanico», che difende Venezia dal mare.

Terrà la campata unica in un’area a rischio sismico? Ci si chiede per il Ponte — terranno le cerniere delle barriere mobili contro la forza del mare? — ci si chiedeva per il MoSE -. Saranno accettabili le alterazioni alle correnti marine complesse dello Stretto di Messina? E che ne sarà della fauna marina e aviaria che lo pratica? (il Ponte). L’ecologia lagunare resisterà alle ripetute separazioni dal mare? (MoSE). L’Italia può permettersi di spendere 13,5 miliardi di euro per il Ponte? È valsa la pena di averne spesi 6,5 per il MoSE? Tutte questioni legittime, quelle sollevate ora per il Ponte.