Andrà a finire che in un futuro prossimo venturo sbarcheranno all’improvviso i cinesi e con una legione di operai-formiche collegheranno Calabria e Sicilia con un ponte avveniristico progettato da un ingegnere con gli occhi a mandorla laureato in Italia. E a Pechino sorrideranno, con compostezza orientale, per le sorti del Belpaese, delle sue lungaggini burocratiche, delle interferenze tra poteri e dell’ostruzionismo politico. Eredi degli antichi romani che i ponti li costruivano in un amen per farli durare nei secoli dei secoli, gli italiani che hanno realizzato opere di ingegneria ovunque sorge e tramonta il sole e anche nell’umbratile foresta amazzonica, si sono persi in un bicchiere d’acqua salata e in un mare di carte bollate.

La Cina invece, che ha umiliato gli altezzosi europei schiantandone l’industria dell’auto, ha appena inaugurato il primo ponte sospeso strallato a doppio livello sul fiume Yang-Tze, già attraversato da altri dieci, tanto per non negarsi nulla nell’agevolare i trasporti e la viabilità, quindi i commerci e tutta l’economia che ruota attorno agli spostamenti. Se il Ponte sullo Stretto è talmente stretto che non riesce neppure a passarci per 3,6 chilometri, quello cinese è lungo quasi il quadruplo. Troppo facile, si dirà, la Cina non ha mica la Corte dei Conti. Vero, ma non ha neppure la sinistra all’opposizione, perché lì la sinistra è al potere e l’opposizione non l’ammette proprio per principio. Quindi non ci sono le Elly Schlein, i Giuseppe Conte, i Nicola Fratoianni e neppure gli Angeli Bonelli a urlare e strepitare contro il ministro dei Trasporti Matteo Salvini che il Ponte sullo Stretto lo sognava da quando da ragazzino masticava la “gomma del ponte” e cercava un pacchetto con la Sicilia sullo sfondo invece di Brooklyn. La pronuncia della magistratura contabile ha fatto stappare a sinistra le bottiglie di spumante equo e solidale per un brindisi di gioia, ideologica e autolesionista. Perché da quel poker rosso è impossibile persino attendersi ciò che diceva, ravvedendosi, Gene Wilder nel film Frankenstein Junior: «It could work!». In italiano lo tradussero con l’ormai celeberrimo «Si-può-fare!» ed è quello che è stato detto e scritto, ma in ideogrammi cinesi, con l’undicesimo ponte sullo Yang-Tze.