Il Ponte sullo Stretto di Messina è ormai una possibilità più che concreta, destinata a cambiare per sempre il volto del Sud, dell’Italia e non solo. Realizzarlo significa innanzitutto imprimere una svolta strutturale al Mezzogiorno, restituendo centralità a Sicilia e Calabria, finora rimaste ai margini del sistema Paese. Con la nuova e attesa opera quelle due sponde dello Stretto possono finalmente diventare un nuovo polo strategico, un hub logistico e culturale non solo in termini di infrastrutture e posti di lavoro ma anche di visione, identità e futuro. Grazie al Ponte l’area dello Stretto diventa zona integrata che unisce Messina e Reggio Calabria sotto un’unica traiettoria di sviluppo. Qui si potrà finalmente programmare un’economia fondata sulle reali vocazioni del territorio, e cioè turismo culturale, valorizzazione agricola, trasformazione industriale, identità storica. Tutto ciò che oggi è disperso, frammentato, marginale, potrà finalmente trovare un centro. E non è detto che non possa trovarlo nella fondazione di una nuova Regione dello Stretto! Messina, del resto, non è solo Sicilia, così come Reggio non è solo Calabria.

L’una guarda all’altra, da sempre. La prima è erede di Zancle, città italica ed europea, con radici latine forti anche dopo l’influenza spagnola. La seconda è stata Grecia e Roma insieme, e custodisce i Bronzi di Riace, simbolo di un’identità culturale potente ma poco valorizzata. In mezzo, un territorio vasto e ricco: da Rometta a Taormina fino a Milazzo, teatro della vittoria navale della flotta romana sui cartaginesi nella prima guerra punica (260 a.C.), da Melito Porto Salvo a Scilla fino a Locri, città decantata da Platone nel Timeo. La nuova centralità potrà attrarre turismo, sì, ma non quello mordi e fuggi, caotico e inefficiente che si è visto fino ad oggi. Serve un turismo razionale da affiancare a un’agricoltura che sia finalmente impresa con la trasformazione dei bergamotti di Reggio, delle clementine calabresi, dei limoni e degli olii siciliani in prodotti ad alto valore aggiunto. In poche parole, c’è bisogno di un Sud che smetta di farsi compatire e inizi a farsi rispettare.