Entrare nel mondo di Luigi Lineri non è mai immediato. Non per la strada che porta alla sua casa, con annesso fienile convertito in atelier e spazio espositivo, alla periferia di Zevio, comune nella campagna veronese a poco meno di mezz'ora di macchina dal capoluogo veneto. Lo è bensì per la sua diffidenza a far conoscere la propria storia e la sua incredibile installazione di sassi che ha raccolto nel corso di sessant’anni dall'alveo del fiume Adige, a poco più di un chilometro da casa. Diffidenza che nasce dalla delusione per l’accoglienza, fredda e di sufficienza, che la sua convinzione, sull’esistenza di un’antica civiltà del fiume Adige, ha trovato nel mondo scientifico e degli studi archeologici. L'accademia l'ha amareggiato, poichè, sbrigativamente, ha talvolta associato la sua ricerca al fenomeno psichico della pareidolia, tipica nei bambini, in cui nelle forme di paesaggi o di oggetti inanimati si riconoscono volti, tratti umani o di animali.Il mondo di Luigi LineriLe origini, l'educazione e l'approdo all'art brutIl contesto e l'originalità della ricercaLa fatica di coniugare arte, vita e l'essere controcorrenteI riconoscimenti nel filone dei “Costruttori di Babele”Il tema del “Che cosa ne sarà?”Un dettaglio dell'installazione di Luigi LineriRodolfo HernandezLe origini, l'educazione e l'approdo all'art brutNato nel 1937 ad Àlbaro, frazione di Ronco all'Adige, Luigi è il terzo di dodici fratelli: siamo a inizio Novecento ed era una normalità per quel periodo, la sua era una delle tante famiglie numerose e, quasi sempre, povere. Tuttavia, quella di Lineri, titolare di un negozio di calzature, era riuscita a dare al terzogenito la possibilità di studiare, sebbene questo abbia comportato l’allontanamento dal luogo in cui era nato. Infatti, dopo le scuole elementari nel paese natale, alle medie avviene lo sradicamento dalla famiglia e dal territorio di origine per frequentare il seminario dei Padri Comboniani a Trento. “L'allontanamento dalla famiglia deve essere stato molto doloroso per il ragazzo, se ancora oggi Luigi non ne parla volentieri e se, come ci riferisce la moglie, i suoi amici le hanno raccontato come, quando si trovava in collegio, fosse uso affacciarsi alla finestra che guardava sull'Adige e fantasticare di scappare per ridiscendere quel fiume che lo avrebbe così riportato a casa”, scrive, in un saggio, Daniela Rosi, storica dell’arte che ha dato un contribuito chiave alla valorizzazione dell’attività di Lineri inserendola nel filone dell’art brut.Nata da una ricerca di oltre mezzo secolo, la visione dell’opera di Lineri lascia, chiunque la veda, senza parole. Si tratta di migliaia di esemplari, dalle forme diverse, che richiamano teste di ovini, equini, bovini, pesci, volti umani e parti anatomiche dell’apparato riproduttore femminile e maschile. Tutti esposti – dopo essere stati pazientemente incollati su supporti di legno fatti a mano e studiati per ogni singola forma – in serie da tre, cinque a volte nove o più esemplari assieme, in modo da portare alla nostra attenzione una testimonianza visiva di una civiltà esistita milioni di anni prima della nostra e che ancora ci osserva.Una pietra, assieme ad altre, che evoca il profilo di una pecora o di un cavallo