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Ultimo aggiornamento: 13:50
E’ un uomo che arriva da quel passato. Nato nel 1950 sotto la dittatura di Iosif Stalin, ha mosso i primi passi nella diplomazia all’inizio degli anni ’70 come consigliere dell’ambasciata sovietica in Sri Lanka. Da lì ha percorso tutto il cursus honorum, attraversando indenne la caduta del comunismo e risalendo le gerarchie durante la transizione verso la democratura di Vladimir Putin, fino ad arrivare nel 2004 a guidare il ministero degli Esteri di Mosca. Dotato di gusto della provocazione, arrivando oggi al vertice organizzato per decidere delle sorti del conflitto in Ucraina Sergei Lavrov si è mostrato alle telecamere indossando una felpa con la scritta “Cccp“, in cirillico “Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche“. La cui contrapposizione con gli Stati Uniti nella seconda metà del ‘900 aveva portato il mondo sull’orlo della guerra nucleare.
Alla guida della diplomazia di un regime che ha fatto della nostalgia verso l’Unione sovietica uno strumento per consolidare il consenso e giustificare i suoi obiettivi politici, di riferimenti alla Guerra fredda Lavrov ne ha fatti parecchi negli ultimi anni. Solo dall’inizio dell'”operazione militare speciale” in Ucraina l’ha evocata almeno tre volte in dichiarazioni ufficiali e in un crescendo di drammaticità studiata per mettere in guardia l’Occidente. “Ancora una volta, come durante la Guerra Fredda, siamo giunti a una linea pericolosa, e forse ancora più pericolosa”, ha detto il 23 aprile 2023 presiedendo la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu. “Gli Usa e i suoi alleati abbandonano la diplomazia e premono per la soluzione delle controversie sul campo di battaglia”, aveva aggiunto da ministro del paese che poco più di un anno prima aveva mandato i carri armati a invadere il territorio di Kiev.










