Che succede all'irremovibile Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri russo che da più di 20 anni gode della granitica stima del suo presidente, senza che mai la sua presenza sia stata minimamente messa in discussione? L'unico ministro, si dice, che può agire in piena autonomia anche negli incontri più importanti, senza per forza consultarsi prima con Vladimir Putin. Eppure all'ultima riunione del Consiglio di sicurezza russo, quella del 5 novembre scorso presieduta dal presidente in persona e trasmessa in diretta televisiva dalla Tv di Stato, lui non c'era. Una riunione che è stata definita storica per via del fatto che Putin, in risposta a una decisione simile del presidente americano Donald Trump, ha deciso di riprendere i test nucleari o, per meglio dire, ha dato mandato di «raccogliere ulteriori informazioni sulla questione».
E a quanto pare Lavrov non sarà nemmeno presente al prossimo vertice del G20 del 22 e 23 novembre come capo delegazione quale è sempre stato in assenza di Putin. Lo ha annunciato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, sottolineando che il suo posto, in Sudafrica, sarà preso da Maksim Oreshkin e che tale decisione è stata presa dalla più alta personalità del Cremlino. Secondo una fonte citata dal giornale russo Kommersant, il ministro sarebbe stato «deliberatamente assente» al Consiglio, unico tra i membri permanenti, lasciando intendere che sia stato proprio lui a scegliere di non andare, “consigliato” dall'unica persona che può dargli ordini. Forse tale decisione ha innescato anche la seconda, oppure entrambe sono dovute alla stessa volontà di metterlo da parte almeno per un po', con una logica punitiva che applicata su Lavrov è quantomeno sorprendente.











