Celebrato e disprezzato in egual misura, Volodymyr Zelensky è asceso al pantheon degli ucraini quando rifiutò l’offerta statunitense di fuggire da Kiev: all’alba del 24 febbraio 2022 Vladimir Putin annunciò “l’operazione militare speciale” nell’Ucraina orientale, Joe Biden si offrì di portare il leader ucraino al sicuro, la risposta fu hollywoodiana. «Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio», disse. Battuta da applausi, se non fosse che, secondo il New York Times, «il team di Biden considera la storia apocrifa... ma la creazione di miti è uno strumento comune in guerra». All’epoca la sua popolarità in patria salì alle stelle, raggiungendo l’84%.
Tutti i leader europei, ancora fiduciosi nell’esistenza di un sacro ordine internazionale basato su regole certe, fecero a gara per dare allo zar del «criminale di guerra». Con il risultato che a tre anni di distanza, Zelensky, che si era fidato delle spacconate ad armi spuntate dell’Ue, ha tre questioni cui pensare: è stato escluso dal summit tra Washington e Mosca dove si deciderà il futuro del suo Paese; le forze armate di Kiev stanno affrontando il momento più duro sul campo di battaglia dell’ultimo anno; sul fronte interno deve affrontare il crollo dell’indice di gradimento, ed è pure spuntato un rivale.











