La proposta, in verità, non è nuova. Sono anni, è dalla prima della pandemia, che il Carroccio la suggerisce: abbassare l'età per l'imputabilità a dodici anni, rendere i ragazzi più responsabili anche sul piano giuridico. È che è cambiata la società, sono diversi i tempi: c'entra niente (o, almeno, non riguarda solo) il caso dei quattro pre-adolescenti rom che, a Milano, hanno travolto con un'auto Cecilia De Astis e sono scappati lasciandola a morire sulla strada; c'entra (semmai) un discorso che per sua natura è complesso, articolato e delicato. Molto delicato. Pochi mesi fa, dopo il barbaro femminicidio di Martina Carbonaro (lei 14enne, lui 19enne, una relazione tossica come ne abbiamo lette troppe, purtroppo, nell'ultimo periodo), sul punto è tornata la presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Buongiorno (Lega): si è scatenato un mezzo dibattito, si è aperto uno squarcio di discussione ma è finita lì quasi subito.

Favorevoli da una parte, contrari dall'altra. Fermati nel mezzo. Non è un passaggio facile. Tanto per cominciare occorre accordare un sistema fatto di rimandi, commi e cavilli (sul piano tecnico), poi bisogna convincere l'opinione pubblica (su quello culturale) e infine toccare rispondere a una grande, grossa, enorme domanda: ma un bambino, perché a dodici anni si è ancora bambini, è davvero capace di intendere e di volere come recita (per adesso) l'articolo 85 del Codice penale che definisce chi è imputabile e chi no? «Sono almeno trent'anni chelo dico», racconta il sociologo, psichiatra e saggista Paolo Crepet, «perché non abbassiamo la maggiore età di due anni? Si diventa maggiorenni a sedici, quindi si può guidare, votare, andare a vivere da soli e dal dottore in autonomia a quell'età. E, ovviamente, così facendo va tutto di conseguenza».